Cascina Albana è una cascina tipica lombarda a corte chiusa. Il corpo centrale ha un impianto a L e si sviluppa su 3 piani, con porticato ed ampi ballatoi; chiudono la corte case indipendenti, recuperate da ex stalle e magazzini.

Originariamente apparteneva al Monastero delle Madri Agostiniane di Sant’Agnese, dell’Ordine degli Umiliati. Nei primi anni del 1800, con la soppressione degli Ordini religiosi e la chiusura dell’Ordine degli Umiliati imposta da Napoleone (1799), i campi, i boschi e le vigne erano oggetto di scambio tra le famiglie nobili e della media borghesia  che si affermavano politicamente e finanziariamente nel territorio. Fu così che la proprietà della cascina passò  nel 1799 ai Marchesi Brivio, che si legheranno alla famiglia Castelbarco-Albani (a loro volta legati ai Litta). Presente nelle mappe del Catasto Teresiano (1722) e del Catasto Lombardo Veneto (1856), è considerato un edificio monumentale di grande valore architettonico.

“Nel 1855 le 65 anime della cascina erano divisi in:

Massaro: contadino che possedeva carro e buoi e conduceva un podere esteso tra le 40 e le 100 pertiche milanesi per contratto di mezzadria.

Pigionanti: coloro che lavoravano la terra in affitto con la sola personale forza senza aiuto di animali e pagavano l’affitto in derrate anziché in moneta.

Inquilini: coloro che avevano a pigione in’abitazione senza possedere un fondo coltivabile in affitto.

Braccianti: Coloro che prestavano lavoro occasionalmente (stagionale o giornaliero).”[1]

Fino alla prima metà del XX secolo, nella cascina si allevavano i bachi da seta; quasi ogni famiglia possedeva un animale e lo allevava anche se l’attività prevalente era la coltivazione dei campi, dei frutteti e degli orti. Sia l’edificio principale che le stalle venivano assegnati ai contadini con un contratto “colonico misto”, per cui ciascuna famiglia pagava in denaro l’affitto dei locali ed  era tenuta a versare una parte fissa del raccolto.

Nel 1923 diventa condominio: nasce  “Cascina Albana”.

Gli “anziani” della cascina, anche detti “i saggi”, raccontano dello stile di vita semplice e conviviale, eterogeneo ma unico allo stesso tempo che caratterizzava cascina Albana.

Alcune famiglie abitavano di giorno al piano terra e andavano a dormire nei locali al secondo piano. I bagni nei vari appartamenti vennero costruiti a partire dal 1960: tutt’oggi sono presenti, nel cortile della cascina, i bagni riservati ai proprietari di immobili destinati ad attività artigianali. C’erano i cavalli, soprattutto per trasportare la legna e il carbone per riscaldarsi e poi cani, gatti, galline, conigli… Il cortile era libero, in pochi avevano la macchina, i bambini avevano quindi spazio per correre e giocare insieme (anche se “quei bambini” oggi raccontano che preferivano rincorrersi e nascondersi nei campi a fianco alla cascina). Arrivavano e si stabilivano in cascina famiglie da ogni parte d’Italia, portando profumi e dialetti esotici ancor oggi.

La presenza di artigiani non si é mai arrestata: dal dopoguerra il cortile della cascina ha ospitato falegnami, scultori, caldaisti, elettricisti, muratori…

Alla fine del secolo scorso, cioè a partire dagli anni ’80, è iniziato un periodo di cambiamento delle funzioni della cascina, che cede gran parte dei laboratori, magazzini e stalle alla funzione residenziale. Si fa spazio cosi alla seconda ondata di famiglie, stavolta in arrivo da ogni parte del mondo, Sri Lanka, Egitto, Marocco, Senegal, Nicaragua, Colombia, nuovi colori, nuovi profumi, nuovi sorrisi.

Negli ultimi anni si è innescato un processo di rivalutazione residenziale della cascina, non più luogo casuale di arrivo, ma scelto proprio grazie alle sue caratteristiche fuori dal comune (eterogeneità, multiculturalità, apertura, nel senso che non ci sono cancelli!!!). Sono arrivati musicisti, educatori, organizzatori teatrali e drammaturghi, comunicatori e attivisti, artigiani dell’arte di vivere godendosela il più possibile!  E godersela ha significato creare relazioni, conoscersi e farsi conoscere, cercare il contatto con chi più ha vissuto nel tempo quel luogo, innescare nuove progettualità di convivenza, costruite a partire dall’idea della cura comune di un bene comune.

Uno strano caso di cascina urbana, privata e abitata (quasi affollata), nel pieno della trasformazione di uno degli storici quartieri industriali di Milano, di fianco al nuovo contesto Bovisatech e alle Cristallerie Livellara, su una stradina ancora sterrata che collega la Bovisa con i quartieri e l’hinterland di milano nord, abbracciata dalla ferrovia.

Uno strano caso di un luogo che pretende di raccontare le sue memorie, gli anni e i volti visti e le parole sentite. Che vuole ancora scrivere un pezzo di storia della Bovisa.

[1]Autore, titolo, anno, casa editrice.

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